giovedì 11 ottobre 2018

"Il bene mio" recensione




Il bene mio

2018 ‧ Film drammatico ‧ 1h 34m
Data di uscita: 5 settembre 2018




Chi è Elia?

E’ un uomo totalmente innamorato della sua terra come lo è di sua moglie e come sempre lo sarà anche quando quest'ultima si farà alito di vento, brivido addosso, abbraccio avvolgente nei sogni di Elia.

Quello che Elia trasuda è un attaccamento alle proprie origini, ai propri natali ma anche alle proprie ceneri.

E sono proprio la cenere e la polvere a dominare la scena, in questo meraviglioso film intitolato “Il bene mio” del regista (e soprattutto caro amico) Pippo Mezzapesa. 

Caro Pippo (mi concedo una parentesi di dialogo diretto con l’autore), in questa pellicola sei riuscito persino a  dar  voce alla polvere, alla sua forza di gravità che risucchia verso il basso (“eccome se si sente…”), ai crolli e al dolore che questi ultimi possono provocare quando sotterrano  la vita.

Ieri al cinema, uscendo dalla sala, origliavo i commenti degli spettatori affianco e dietro me. Quasi tutti con le lacrime agli occhi dicevano : “Bellissimo, mi ha commosso”.

Ed è stato così anche per me. La storia di Elia, interpretata da un sublime Sergio Rubini, ha smosso emozioni, ricordi, nostalgie, dolore ma anche voglia di conservare e custodire la nostra memoria storica.

Il film si ispira ad un triste evento realmente accaduto (di cui non parlerò) causato da un terribile sisma in un piccolo paesino rurale che, nella pellicola di Pippo, si chiama Provvidenza.  Ed anche la scelta di questo nome non è casuale. Se da un lato questa parola ci rimanda all’ideale manzoniano di provvidenza quale  “benedizione”, “mano di Dio”, dall’altro, essa stride nelle nostre orecchie quale beffa e ci spinge a chiederci dove sia, o sia andato a finire, l’aiuto di Dio o il cristiano premio finale dinanzi al crollo di quel paesino e delle speranze future di donne, uomini e soprattutto bambini, che non hanno avuto la possibilità nè il tempo di crescere.

Ma sarà proprio Elia, con il suo profondo Amore per quella terra brulla, con la sua generosa gelosia (è un ossimoro efficacissimo a mio avviso) per quelle strade inerpicate alla roccia, i suoni e i profumi che esse ancora sprigionano, a spiegarci  il significato profondo della parola Provvidenza: continuare a credere e ad avere il coraggio di guardare avanti senza dimenticarsi, però, di voltarsi indietro, al passato che ci appartiene, che  parla di noi, che ci rende più umani, più consapevoli e sereni. 

C’è chi al dolore reagisce con la volontà di dimenticare, spazzare via tutto, murare il ricordo con calce e pietre di tufo, “fottersene” di tutto e tutti e continuare a vivere. E c’è invece Elia che per continuare a vivere, ha bisogno di ricordare, urlare a gran voce “sei tu? Dimmelo!”, abbattere a mani nude il muro dell’oblio.

E soprattutto ha bisogno di conservare i ricordi all’interno di oggetti, cianfrusaglie che per molti non hanno alcun valore, ma che invece, per Elia, intento a trasportarli nel suo carrello del “guadagno” e non “della spesa”, sono preziose testimonianze di vita, di identità, di appartenenza ad una comunità, ad una famiglia che vive ancora nella sua memoria del cuore.


Poetica la scena della folata di vento che soffia in aria i disegni di alcuni piccoli alunni, quasi a spargere sorrisi colorati per combattere la desolazione circostante. E poi c’è un altro sorriso che non si vede nel film perché nascosto…forse sotto un banco, ma incancellabile nella sua fuggevolezza e brevità, ed è in quell’immagine che lo spettatore coglierà l’intero intento dell’opera di Pippo.

Vorrei scrivere molto e molto di più, ma il desiderio di inculcare nei lettori di questa pagina la curiosità di andare al cinema a guardare “Il bene mio”, è più forte della mia tentazione di parlarne.

Consigliato? Assolutamente sì.

E tra i motivi (moltissimi), vi è il lirismo delle scelte musicali, sceniche, paesaggistiche, ci sono i dialoghi, la cadenza e l’accento di Sergio Rubini, Dino Abbrescia, Teresa Saponangelo, Francesco De Vito e di tutti gli altri attori e comparse, che risuonano piacevolmente familiari a noi pugliesi e ci fanno avvertire ancora di più quel BENE e quella vicinanza affettiva ai personaggi, e soprattutto quel senso di reale appartenenza ad una terra meravigliosa e antica.

"Antico" non è sempre sinonimo di superato e rottamabile.

Questo film ci insegna che il passato non si può e non si deve cancellare perché ci serve  a rinnovare noi stessi, dare un senso al presente, ripercorrere con maggiore maturità sentieri già percorsi. 

Lodi a Pippo e ad Antonella Gaeta e a tutto il cast per questa preziosa opera.





Mara Tribuzio


mercoledì 12 settembre 2018

Il VIAGGIO: ingredienti per un'esperienza infinita

APPUNTI DI VIAGGIO

Mamma cosa provi quando pensi ad un viaggio?

Io penso ogni giorno ad un viaggio, anzi, avverto ogni giorno come fosse un viaggio avventuroso,  un duro remare controcorrente in acque dense e pesanti che mettono allo scoperto sempre più chiaramente la fragilità del mio corpo. Ma è proprio questo che adoro dei miei viaggi: lasciarmi alle spalle il noto, il quotidiano, il vuoto di quella voragine che vorrebbe inghiottirmi per immobilizzarmi e incastrarmi e sfidare le debolezze del mio fisico che, però, nel tentativo di disincagliarsi, trova nuovo vigore e nuova energia.

Il mio viaggio è infinito. Dura ogni giorno della mia vita ed ha le sembianze di una lotta che combatto contro me stessa e contro le reti delle convenzioni sociali e delle abitudini che vorrebbero manovrarmi come fa un burattinaio. I miei viaggi iniziano tutti allo stesso modo, con la paura. Paura di fare passi falsi, di calpestare o non vedere lungo il cammino agganci sicuri, pietre miliari, colonne portanti, porte aperte. Ma è proprio quella paura che mi spalanca gli occhi e mi rende chiari i dettagli e mi riempie della loro bellezza, del loro raro valore, del bene che mi possono trasmettere.

Mi dicono che sono una donna inquieta. Come si misuri l’inquietudine, credo non sia dato saperlo a colui che non la vive. Mi piace pensare che l’ inquietudine altro non sia che voglia di viaggiare, di farlo fisicamente o, altrimenti, in caso di impossibilità, di smuovere l’animo abbruttito e appesantito dal grigiore dell’inettitudine.  Chi non avverte naturalmente questa tensione all’uscita, all’emersione, al respiro di aria pulita, credo debba sentirsi come un fumatore cronico che respira il suo stesso fumo in una stanza chiusa e senza finestre. Io la penso così, ma mi rendo conto che si tratta del mio mondo, della mia visione della vita. Siamo tutti attraversati dalla vita in modo così diverso e caotico che,  se ognuno di noi si raccontasse, ne verrebbe fuori un giro di storie così diverse ma anche così intrecciate e fitte da ispirare la stesura di  un nuovo Decameron.


Ma tu dove vorresti andare ogni giorno della tua vita?
Non ho sempre chiara la meta del mio viaggio. Del resto, mi spinge più l’entusiasmo del viaggio che la destinazione. Ci sono giorni in cui vorrei andare oltre il riflesso di me stessa allo specchio. Mi guardo e penso, non mi basto così. E non parlo del mio profilo estetico, parlo del mio sguardo, dei miei occhi che parlano a se stessi e si sentono affamati di nuova luce. Tutto ciò che non ho ancora visto fa parte del programma del mio viaggio. Sento improvvisamente l’urgenza di uscire di casa e di recarmi ad esempio, in una libreria alla ricerca di ispirazioni che ravvivino quella luce. Oppure inforco la mia bicicletta e mi dirigo verso il mare. Il mare è il testimone più antico e più saggio di milioni di viaggi. Ho bisogno del mare con tutti i miei sensi. Ho bisogno del gusto salmastro in bocca, del bruciore della salsedine negli occhi, del profumo pungente di alghe e dell’umidità oleosa sulla pelle. Tutto ciò che lavi via il profumo del sapone con cui al mattino mi sono detersa. Anche sporcarsi fa parte del programma dei miei viaggi.  

Poi ci sono giorni in cui è il mio palato a incoraggiare  i miei viaggi. Quando mi capita di sentire  sapori cui non sono abituata, avverto una strana euforia in tutto il corpo. E’ allora che mi accorgo di quanto l’abitudine sia innestata in noi, nascosta negli anfratti più appartati  del nostro corpo, come un virus, proprio quando, al primo segno di cambiamento, il corpo impazzisce. Una sorta di reazione chimica immediata. Un piacevole trauma alle papille gustative. Anche questo è viaggiare per me. Se non posso muovermi  con tutto il corpo, posso sempre smuovere una parte di esso.  E’ un bisogno incontrollabile il mio. E’ fratello della mia ansia. Quante volte abbiamo pronunciato l’espressione esclamativa: “Non vedo l’ora!”. Io ci convivo perennemente. Non vedo mai l’ora, e non voglio nemmeno mai vederla perché so che quando l’ora arriverà, non mi piacerà più come nel momento in cui la invocavo. E così mi proietterò già altrove, in un altro luogo, in un’altra esperienza, in un altro gusto, in un’altra me.


C’è un luogo in particolare che vorresti visitare?

Qualsiasi luogo io non abbia ancora visitato. Per cui non posso avere preferenze a priori. Ma posso piacevolmente esprimere le mie predilezioni su posti che ho già visto e che porto riposti nella memoria del cuore.  La terra che più mi ha conquistata per la sua antichità e per il suo splendore è la Grecia. C’è un cordone ombelicale storico artistico e culturale che lega l’Italia alla Grecia, ed io l’ho toccato con le mie stesse mani quando ho messo piede su quel suolo. Un dolce tornare alle origini attraverso la bellezza dei colori a pastello del cielo, del mare, dei muretti a secco, del cibo. Per non parlare del patrimonio artistico e architettonico che racconta una storia antichissima, la prima storia al mondo di democrazia. La gente in Grecia  ti sorride anche quando non ti conosce. In alcuni paesi, questo è impensabile. In Grecia ho avvertito il calore non solo nel clima, ma ancor prima,  nei volti delle persone. E allora penso a quanto quel viaggio mi abbia fatto riflettere sulla crudeltà di altre persone, di altre potenze europee che con la politica dell’unione monetaria, hanno inferto una profonda ferita alla dignità del popolo greco. E’ stato come dare uno schiaffo a una madre. Ciò che quel paese ha sofferto per non naufragare nel “mare europeo”, non lo meritava. I viaggi ci rendono più consapevoli e quindi, più umani.

Cosa metti in valigia quando viaggi?

Vorrei poter portare con me solo uno zaino vuoto. E’ durante il viaggio che si dovrebbe riempire la propria borsa. Una tasca la riservo sempre allo stupore, un’altra all’adrenalina, una parte ben capiente la lascio sempre libera per le  nuove conoscenze. A volte uno sconosciuto può rivelarsi l’amico che cercavi da anni o il confidente che, senza alcun interesse, è disposto ad ascoltarti per il puro piacere di farlo o per confrontarsi con te. Due solitudini che si incontrano in viaggio, si dissolvono a vicenda e si evolvono in legame e potere di andare più lontano. Con due occhi riesci a vedere l’orizzonte, con quattro lo oltrepassi.
E poi c’è quel tascone del mio zaino che riempio di libri man mano che il mio viaggio prosegue ma, quando esso si è concluso, grazie ai libri continuo a viaggiare anche a casa. Nei miei libri c’è il carburante della mia vita, lo spazio nel quale rifornirmi di motivazioni e trovare nuove energie. Questo è il potere delle mie letture: aprire confini, respirare la libertà, trasmettere serenità, colmare vuoti interiori, accorciare distanze, far scoprire nuovi sentieri, allungare braccia su spalle curve, permettere a chi non può, di conoscersi ugualmente. La lettura, riesce  sempre a donare la piacevole sensazione di potersi fidare di persone che non si sono ancora incontrate condividendo con esse la serenità e l’entusiasmo di un viaggio fianco a fianco, di una risata, di una riflessione comune, di un pianto liberatorio. E poi un libro può renderci poliedrici, poliformi, piacevolmente anacronistici proiettandoci in tempi lontanissimi che siano dietro o avanti al nostro presente. Ricordi la storia di Don Chisciotte de la Mancha? La sua passione per i romanzi cavallereschi lo aveva trasformato in cavaliere in groppa ad un prode destriero, disposto a combattere, in nome della sua individualità e della sua voce, contro mulini a vento che nella sua mente rappresentavano quella rete cristallizzata e soffocante di rapporti e stratificazioni sociali, condanna a morte di qualsiasi tentativo di riscatto umano e libertà personale.

Mamma, ma un viaggio può essere doloroso?

Può esserlo quando è diretto o dirottato (può accadere anche questo) da speculazioni, loschi interessi politici ed economici e malavita organizzata. Naturalmente il mio pensiero è ai viaggi della speranza dei milioni di profughi che attraversano il mare su imbarcazioni di fortuna non autorizzate, anche quando il mare è ringhioso, nella speranza di trovare spiragli di serenità e respiro altrove. Sono certa che anche queste persone più sfortunate di noi vedano il viaggio con occhi positivi, quale modo per rinnovare le proprie vite e ricominciare da capo e donare ai propri figli un futuro più lieve. Il dolore e la disperazione possono essere incentivi ad un riscatto umano. E questo non si nega a nessuno. Ma la realtà è ben diversa dai sogni di questa gente. La crudeltà dei potenti e dei truffatori smantella i sogni di altri, più deboli, più ignoranti, semplicemente più innocenti. Il viaggio deve aiutare gli innocenti, non deve annegarli.

C’è un mezzo di trasporto che prediligi per viaggiare?

Sì, la nave. Dietro una nave, sin dal passato, si nascondono innumerevoli esperienze. Si cela l’addio ad un caro che sta partendo e che non si sa se tornerà, il  desiderio nascosto di una vita migliore, la voglia di lasciare un luogo troppo stretto e opprimente, l'aspirazione alla fuga verso un ignoto che fa meno paura del noto, il desiderio fiabesco del viaggio in terre lontane, ma anche l’esperienza stessa del viaggio, procelloso o meno che sia, perché il viaggio in sé, è motivo di entusiasmo. Ulisse ci fa da padre in questo, dovremmo porgergli l’orecchio quando cerca di parlarci e darci coraggio o quando vuole inculcarci la curiosità verso la vita.

Adesso  perché sei triste?

Perché ogni viaggio lascia in bocca un sapore amaro, pregno di nostalgie e ricordi e si porta con sé una parte della nostra giovinezza e vigoria, che non torneranno più. Ma, ribadisco, ognuno di noi compie un viaggio ogni giorno della sua vita. A volte, non ce ne accorgiamo perché non ogni giorno, abbiamo lo spirito del viaggiatore. Invece, è così che dovremmo sempre vivere, come se stessimo per affrontare un viaggio. Non esiste un unico e solo approdo finale, esiste, piuttosto, un perenne stimolo alla ricerca di qualcosa di nuovo, un’eterna competizione con il “chissà” e una coraggiosa sfida a qualsiasi confronto. A quanti mi dicono che a sera appaio un po’ triste, vorrei poter rispondere che se non lo fossi, al mattino non apparirei così sorridente ed entusiasta. Entusiasmo e Nostalgia sono fratelli che viaggiano sempre assieme. La Paura è loro cugina. L’Incoscienza, una zia simpatica e la Razionalità, una guida fedele che, a volte, si allontana per un po’ per mettere tutti alla prova e assicurarsi che nessuno si perda senza lei.

Mamma, quale sarà il tuo prossimo viaggio?

Non è sempre facile rispondere a questa domanda. Non sempre siamo noi a decidere il nostro viaggio, a volte è  il viaggio a venirci incontro casualmente o a sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo. Mi piacerebbe imbattermi in un viaggio che non mi ringhi addosso, che mi liberi da inibizioni e chiusure, che mi renda una donna coraggiosa e mi eviti qualsiasi tipo di rimorso. Chissà, il mio prossimo viaggio potrebbe essere quello che mi conduca proprio a conoscerti.




Mara Tribuzio

domenica 26 agosto 2018

Recensione al film "Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey" (2018)



Dopo una lunga pausa estiva rigenerante e fatta di svariate e straordinarie letture, oggi incuriosita anche dal titolo, mi sono imbattuta nella visione di un film che ho trovato davvero ben fatto e di un’incredibile tenerezza : Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey del regista  Mike Newell del 2018. 



Ho poi scoperto che la pellicola è ispirata all’omonimo romanzo di due autrici Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (quest’ultima si è occupata in particolare di terminare il romanzo rimasto incompiuto a causa dell’improvvisa morte della Shaffer) pubblicato nel 2008. Naturalmente, amante dei libri quale sono, non esiterò a procurarmi e a leggere il romanzo in modo da avere una visione più completa dell’intera storia.




                                       
La storia è assieme romantica, perché descrive la nascita di un amore, o meglio, di varie forme d’amore, da quello tra esseri umani a quello per i libri e per la vita, drammatica in quanto ambientata negli anni della II guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra, piena di eventi inaspettati che emergono all’improvviso ma che restano armonici con l’intera trama narrativa, e soprattutto foriera di un messaggio che non posso non condividere: la lettura e la scrittura creano legami che abbattono distanze spaziali e temporali. Per usare una frase pronunciata da  uno dei protagonisti: “Questo è il potere dei libri, è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite”.


La protagonista femminile è una nota scrittrice londinese dell’Inghilterra degli anni ’40, Juliet Ashton 


interpretata nel film dalla splendida Lily James


che dopo un discreto successo tra librerie e redazioni di giornali londinesi, vive un breve periodo di “blocco” compositivo. Cerca, dunque, idee e spunti per tornare a scrivere qualcosa ma con scarsi risultati. 

Un giorno, però, riceve inaspettatamente una lettera da uno sconosciuto, un certo Dawsey Adams (interpretato dall’attore Michiel Huisman), allevatore di maiali che vive su un’isoletta nel mezzo della Manica,l’isola di  Guernsey tra Inghilterra e Francia e che ha la passione per la lettura. 


In questa lettera Dawsey mette al corrente la scrittrice di avere tra le mani un libro appartenuto proprio a lei e, proprio per questo, che avrebbe tanta voglia di conoscerla dal vivo e di invitarla a partecipare ad uno degli incontri del suo gruppo di lettura: Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey cui fanno parte altri pochi membri un po’ bizzarri ma altrettanto appassionati di libri. 

Juliet, lusingata dalla lettera ma, soprattutto incuriosita dallo strano nome di quel circolo letterario, decide senza esitazione, di partire per la piccola isola di Guernsey e conoscere questi nuovi amici lasciando temporaneamente a Londra il fidanzato Mark Reynolds (interpretato dall’attore Glen Powell), ufficiale americano, innamoratissimo di lei e intenzionato a sposarla al suo rientro tanto da suggellare la sua dedizione per l’amata con un anello di diamanti.


Juliet inizialmente parte con l’ambizioso obiettivo di raccogliere quante più informazioni possibili su questo gruppo letterario in modo da scriverne un articolo e magari un libro ma, successivamente gli eventi prendono pieghe inaspettate sia per la stessa Juliet che per lo spettatore. Inizia un intreccio di storie animate attraverso l’espediente del flash-back che si alterna armoniosamente a fatti del presente. Il tutto perfettamente amalgamato in una narrazione sempre più chiarificatrice che conduce lo spettatore all’interno del mondo dei personaggi stessi. Impossibile scollare gli occhi dalla pellicola e, immagino, anche dalle pagine dell’omonimo romanzo che si presenta interamente sotto forma epistolare.

Non racconterò, ovviamente, nessuno degli episodi ma mi preme soffermarmi sull’ambientazione storica dell’intera storia: la dominazione nazista nella piccola isola di Guernsey durante la quale i soldati tedeschi defraudarono gli abitanti di cibo (soprattutto carne di maiale), di beni personali e anche di libri.

I temi trattati sono svariati: dalla lotta e sacrificio personale contro i soprusi dei soldati nazisti all’attaccamento alla vita attraverso la condivisione di esperienze solidali e sociali quali la lettura collettiva di autori classici su cui si può argomentare, immaginare, sognare, piangere e ridere dimostrando che esistono esperienze straordinarie, come appunto la lettura, che riescono persino a rendere meno grave l’assenza di persone care o la miseria. 

E poi ancora, il tema dell’amore che, se autentico, supera i limiti della classe sociale di appartenenza o dell’ideologia politica, fino al tema predominante che è in assoluto il potere dei libri di :
aprire confini, 
respirare la libertà, 
conferire serenità, 
colmare vuoti interiori, 
accorciare distanze, 
far scoprire nuovi sentieri, 
allungare braccia su spalle curve, 
permettere a chi non può, di conoscersi ugualmente. 

La lettura, come dirà uno dei personaggi del film, dona la piacevole sensazione di appartenere a persone che non si sono ancora incontrate condividendo con esse la serenità e l’entusiasmo di un viaggio fianco a fianco, di una risata, di una riflessione comune, di un pianto liberatorio.

Amo questo modo di concepire la lettura, tant’è che nel mio romanzo d’esordio “Sinestesie” (lo cito solo per affinità contenutistiche e non per scopi promozionali), senza neanche farlo apposta, ho espresso anch’io questo stesso concetto :

“La scrittura e la lettura, per quanto possano apparire operazioni intime, costituiscono indispensabili presupposti per tessere relazioni sociali, attivare processi di comunicazione, scambio intellettuale, confronto tra vite”    (Sinestesie, Fabbrica dei Segni, pag. 8).

Insomma, il film, a mio parere, merita. E’ uno di quei film che, accanto a “Storia di una ladra di libri”, proporrei senz’altro ai miei alunni in classe per approfondire la storia del II conflitto mondiale e, ciò che auspico ancor di più, per trasmettere loro la passione e l’amore per i libri, quelli non scolastici si intende ma quelli che un giorno sceglieranno autonomamente di leggere per il piacere o il bisogno di farlo.
Ho ancora molta fiducia nei giovani e nella possibilità che tra una “digitata” sul cellulare o sul tablet, preferiscano un giorno, una impareggiabile sfogliata di pagine di libri.

Andate a guardare il film! Consigliatissimo!

                                     



Mara

martedì 10 luglio 2018

Inghiottiti



Inghiottiti

Quel giorno a scuola faceva molto caldo. Giugno era appena cominciato e l’anno scolastico volgeva al termine. Il piccolo Tommaso era emozionato per l’inizio delle vacanze estive ma, allo stesso tempo, gli dispiaceva lasciare la scuola elementare, i compagni con cui era cresciuto, le dolci maestre che lo avevano seguito in quei memorabili cinque anni e, per un inspiegabile motivo, anche quel banco vuoto affianco al suo. In realtà, quel posto era sempre rimasto vuoto durante tutto il ciclo delle elementari. 

Tommaso aveva sempre pensato che lì avrebbe potuto sedersi qualche bambino che si era iscritto a quella scuola ma che, in seguito, per motivi di famiglia, s’era trasferito altrove. Lo aveva anche immaginato più e più volte: paffuto, pelle chiara come latte, capelli ricci e dorati ed occhi chiari come acqua marina. Sarà stato un principino, chissà, o il figlio di una nobile famiglia, per cui la scuola pubblica non gli si addiceva affatto;  oppure, al contrario, sarà stato il figlio di umili giostranti sempre in giro per il mondo, sempre intento a cambiare classe e compagni. Tommaso non l’avrebbe mai saputo, eppure percepiva, anche quella mattina di inizio giugno, una strana sensazione, una sorta di soffio delicato spirare da quel banco vuoto. Cercava di tornare indietro con i ricordi al suo primo giorno delle elementari per focalizzare nella sua mente l’immagine dei nuovi piccoli compagni, ma non gli veniva in mente nessun altro viso. Probabilmente quel bimbo assente era sempre stato assente, lo aveva inventato lui con la sua fantasia. 
Mentre il piccolo Tommaso si perdeva nei suoi pensieri, entrò in classe la maestra Matilde interrompendo il brusio di sottofondo: «Buongiorno bambini, oggi l’attività che vi propongo è la seguente: con i vostri acquerelli, matite e pastelli  realizzerete un disegno che rappresenta il luogo che avreste sempre voluto visitare ma dove non siete mai riusciti ad andare fino ad ora. Pensate ai vostri desideri, fatevi trasportare dai sogni». 
Il piccolo Tommaso pensava già a qualche luogo impervio dell’Africa sahariana, dove avrebbe potuto montare a cavallo di un grosso elefante, o agli arbusti frondosi della foresta amazzonica a combattere contro grossi serpenti e famelici coccodrilli. Impugnò il suo pennarello come fosse un arpione e iniziò a dar forma al suo combattimento al fianco di Mr Crocodile Dundee.
D’improvviso il pennarello gli cadde di mano. Tommaso si chinò per raccoglierlo ma non lo trovò. Guardò meglio tra i suoi piedi, frugò nella tasca aperta del suo zainetto appeso allo schienale della sua seggiola, ma niente. Si risollevò stranito guardandosi attorno, non riusciva davvero a capire in che modo quel pennarello si fosse “volatilizzato”. Poi voltò lo sguardo alla sua sinistra e raggelò. Il pennarello era riposto su quel banco vuoto, giaceva chiuso con il suo tappo a pressione su un foglio da disegno che non avrebbe potuto, per nessuna ragione al mondo, essere lì. Tommaso, sconcertato e ammutolito, si alzò dal suo posto per recuperare il pennarello ma, quando fu vicino abbastanza per prenderlo, posò lo sguardo su quel foglio. Ci vide abbozzato un disegno. Era raffigurata un’aula di scuola con tutti i banchi allineati, i bambini intenti a scrivere sul proprio quaderno, la maestra in piedi accanto alla cattedra e, sullo sfondo, una grande lavagna di ardesia su cui c’era scritta una breve frase: Il luogo in cui ho sempre sognato di essere è la scuola. Tommaso avvertì una scossa al petto, la paura si impossessò di lui. Non aveva visto altri compagni sedersi a quel posto, né tanto meno disegnare su quel foglio. Poi d’un tratto si calmò, capì che non s’era mai sbagliato e questa consapevolezza gli regalò un sorriso, ma screziato di amarezza. Guardò fuori dalla finestra e intravide in lontananza dei nuvoloni densi che non promettevano bel tempo.


Non lontano dalla scuola si estendeva un vasto campo coltivato a pomodori di proprietà di una nota azienda locale che produceva e confezionava salse, pelati e sughi pronti di ogni tipo. Il paesaggio da lontano appariva un gran lenzuolo orlato di tutte le sfumature di verde, e chiazzato al centro, in modo regolare e quasi geometrico, di macchie rosso vermiglio rettangolari. Erano i cassoni colmi di pomodori appena raccolti e pronti per esser lavorati in fabbrica. Le superfici di quei frutti maturi e gonfi di bontà, luccicavano al sole ed emanavano un profumo polveroso di terra bagnata, ma anche l’odore acre di nodose mani sudate. 


Quella mattina al lavoro erano in quattro: Lorenzo, Vittorio, Carmine e Michele, quattro giovani manovali italiani che da anni si svegliavano alle tre del mattino, raggiungevano i campi e vi restavano chini ore ed ore a raccogliere pomodori e riporli nei cassoni. Non era un lavoro facile e ne erano consapevoli; spesso imprecavano contro il datore di lavoro sostenendo che quella fatica da asini fosse più adatta ad extracomunitari, molto meno pretenziosi a livello remunerativo. Capitava che, a volte non riuscissero a terminare le loro mansioni, così quando erano allo stremo delle forze, lasciavano il lavoro in sospeso per riprenderlo il mattino successivo. E così quel mattino si accingevano a terminare la raccolta iniziata il giorno prima, ma qualcosa di incredibile apparve dinanzi ai loro occhi. Lorenzo si rivolse prima a Vittorio: «Vittò, chi ha riempito questi due cassoni?» «Io no di certo Lorè, ieri manco sono venuto a lavorà. Chiedi a Carmine e Michele!». Interpellati gli altri due amici, anche questi ultimi negarono qualsiasi responsabilità in merito a quell’operazione. Ma quei due cassoni non furono gli unici ad essere stati riempiti a dovere; di lì a qualche metro, erano accatastate altre cinque grandi ceste di vimini colme di pomodori San Marzano, colti e ripuliti da ogni residuo di terreno e arbusti. Lorenzo si avvicinò ad una di quelle ceste e notò ai suoi piedi un oggetto sporgente. Non era ben chiaro cosa fosse perché ricoperto di zolle bagnate e qualche pietra. L’uomo si piegò in avanti per metterlo a fuoco e gli parve di scorgere una scarpa, una vecchia scarpa con la suola usurata e la gomma ormai deformata dalla calura estiva. «Vittò, vieni un po’ qui. Di chi è sta scarpa? La tua?». Vittorio rispose al richiamo del compagno, gli si avvicinò guardando anche lui nel punto indicatogli da Lorenzo. «Lorè ma tu stai male! Qui non c’è proprio niente. Non vedo niente, ma che stai a ddi’?». Improvvisamente il cielo terso di quella mattina calda di inizio estate, si riempì di nubi pregne di grigio, basse e minacciose, gonfie di pianto. E infatti di lì a poco, il cielo iniziò a versare stille pesanti, goccioloni alla stregua di lacrime di dolore per qualcuno o qualcosa che nessuno aveva visto ma che, ognuno, avvertiva come fardello sul proprio cuore.


Il titolare dell’azienda agricola di pomodori era un uomo distinto sulla quarantina. Viveva non lontano dalla sua impresa in un villino grazioso costruito in legno col tetto spiovente ed un ampio giardino ricco della più svariata vegetazione, compreso naturalmente, un orticello familiare nel quale si dilettava a coltivare anche altri ortaggi, oltre i suoi adorati pomodori. Era sposato con Valeria, una donna bellissima e molto più giovane di lui che da qualche mese stava vivendo le emozioni contrastanti e gli umori ballerini legati alla gravidanza.  Era al quinto mese e come la maggior parte delle gestanti, si era iscritta ad un corso di ginnastica dolce preparatoria al parto. Esigeva ad ogni incontro, la presenza anche di suo marito perché giustamente convinta che il momento del travaglio sarebbe arrivato per entrambi. «Luca sei pronto? Tra mezz’ora dobbiamo essere in palestra. Ricorda di prendere il telo e una bottiglia d’acqua per favore. Oggi faremo esercizi di respirazione se non sbaglio.» «Sì Valeria, dammi solo un secondo e sono tutto tuo e… di nostro figlio» rispose non troppo convinto e abbastanza titubante, il giovane imprenditore. Non sembrava essere ancora pronto per diventare padre, aveva delle remore ed insicurezze cui ci ha abituati tristemente la società odierna, che cercava di nascondere all’occhio vigile di sua moglie. Ma doveva andare, non c’era alternativa. 

Quando arrivarono al centro ginnico, Luca si guardò attorno. Solo pancioni dilatati e donne rotonde che parlavano tra loro confrontandosi sulla  gestazione e scambiandosi informazioni intime di natura ginecologica. D’un tratto un’istruttrice vestita con una tuta grigio chiaro chiamò tutti i partecipanti ad accomodarsi in sala; dieci tappetini furono adagiati sul pavimento a formare un gran cerchio, e su questi le future mamme si sedettero con delicatezza, mentre i rispettivi mariti furono invitati a mettersi in ginocchio alle loro spalle e a posizionare le mani sul ventre delle mogli, in una sorta di abbraccio da dietro. Il primo esercizio fu di respirazione. Luca sperimentò quale fondamentale aiuto poteva essere per una donna gravida, il proprio compagno. L’istruttrice spiegò che gli uomini potevano praticare alle mamme anche una serie di massaggi, specie nella zona lombare soprattutto in fase di travaglio, o essere di supporto anche semplicemente stringendo loro la mano o sussurrando frasi dolci e tenere. E fu proprio mentre percepiva queste ultime informazioni dall’istruttrice che Luca, iniziò ad avvertire dei lievi malori. Il fiato gli si fece corto, una vampa di calore lo avvolse come fosse un ramoscello tra tizzoni ardenti. Poi le sudorazioni fredde sopraggiunsero a spegnere quel fuoco. Si fece pallido, guardò dinanzi a sé e ciò che vide lo lasciò attonito. «Valeria, dobbiamo fare qualcosa, c’è una donna incinta che sta male…» sussurrò in un orecchio a sua moglie. «Cosa? Luca che hai detto? Non ho capito bene, parla più forte per favore». «Ti dico che quella donna seduta difronte a te, sta male, guardala! Si dimena come se qualcosa le stesse tirando le gambe, come se sprofondasse nelle sabbie mobili. Dobbiamo aiutarla Valeria! Porta anche lei un bambino in grembo. Anche lui rischia!.» «Luca ma che razza di scherzo è questo? Sei completamente rimbecillito? Ti sembrano cose da dirmi ora? Vuoi spaventarmi? Sei un idiota! Ho bisogno di essere tranquillizzata da mio marito, non terrorizzata!» rispose Valeria furiosa per quel discorso strano e fuori luogo di suo marito. 
«Valeria, ti prego, guarda anche tu davanti a te, come fai a non accorgerti che quella giovane donna sta…sta morendo! Se nessuno la aiuta non sopravviverà!» e mentre pronunciava queste parole di pura disperazione e l’istinto di alzarsi a soccorrere quella donna in pericolo cresceva a dismisura, allo stesso tempo si sentì sempre più inchiodato al pavimento, immobile e rigido come marmo. Gli occhi spalancati, le mani madide di sudore, il collo inflessibile che pulsava a gran velocità. Fu uno schiaffone di Valeria a smuoverlo da quella posizione statica, ma a quel punto fu troppo tardi. Valeria si alzò dal tappetino, lasciò la sala sotto gli occhi stupiti delle altre gestanti e sbatté la porta alle sue spalle lasciando solo l’eco del suo pianto nevrotico. Luca si sollevò a sua volta da terra, chiese scusa a tutti i presenti e seguì sua moglie in quella fuga disperata. Correndo scalzo per il corridoio rincorse Valeria che era già per strada davanti all’automobile, impaziente di salire a bordo e tornare a casa.
Proprio in quel momento un tuono fragoroso rimbombò sulle loro teste e il cielo si rifece plumbeo, come qualche ora prima sui campi di pomodoro. Ancora pioggia, pioggia scrosciante e violenta, pioggia che rigava il manto stradale trasformandolo in mare informe, torbido, nero, fangoso, colmo di rifiuti inghiottiti dai tombini stradali.

Quella fu una notte insonne per molti. Tommaso, Lorenzo, Vittorio, Michele, Luca e Valeria non chiusero occhio. Pensavano e ripensavano a quegli attimi di smarrimento e confusione che avevano vissuto durante il giorno. La luna splendeva dipingendo affreschi cristallini sulla superficie del mare che, dopo il forte temporale, ora tornava calmo nascondendo nelle sue viscere un mondo spettrale e ignoto, forse non troppo ignoto, agli esseri terrestri. 
Ma qualcuno forse non sa che c’è sempre un passaggio segreto che dagli abissi marini conduce alla terra ferma. E quella notte il passaggio fu percorso a ritroso, dalla terra al mare, da alcune anime gonfie d’acqua, parvenze di corpi che avevano perso tonicità, bocche afone che avevano smarrito da qualche parte urla di paura, richieste di aiuto, la voce della vita, la stessa vita che avrebbe potuto donar loro il diritto alla felicità.

 Il primo della fila era il piccolo Olu, un bimbo algerino che sognava di frequentare la scuola. Era partito con la sua mamma e il suo papà a bordo di un peschereccio alla volta dell’Italia con l’inconsapevolezza di un bambino di sei anni ma con la chiara idea di voler imparare a leggere e scrivere perché la sua famiglia gli aveva detto quanto fosse meravigliosa quella esperienza e quanti amici avrebbe conosciuto. La sua leggera anima ci era entrata in quella classe, ci andava ogni giorno senza perdersi nemmeno una lezione fino alla fine della quinta elementare.  Peccato che nessuno potesse vederla. Al piccolo Olu era piaciuta moltissimo l’atmosfera in classe, aveva imparato la lingua italiana, la storia e la geografia ed era abile nei problemi di matematica. Avrebbe voluto stringere amicizia con tutti i suoi compagni, specie con Tommaso che gli sedeva accanto.

Dietro Olu, procedeva a passo lento e un po’ claudicante per via di una scarpa smarrita, il giovane Nakia, nato e cresciuto in Sudan fino all’età di 25 anni. Poi, per sfuggire alla fame e alla povertà e poter aiutare in qualche modo le sue sorelline minori e sua madre, aveva deciso di attraversare la grande distesa azzurra del mare, alla ricerca di un qualsiasi lavoro che potesse garantirgli il necessario per vivere. Aveva in mente di lavorare per un’azienda agricola, raccogliere i frutti della terra e poi magari, un giorno creare lui stesso una piccola impresa agroalimentare in un luogo pacifico, su un fazzoletto di terra che fosse con lui benevolo e accogliente. Aveva tanta forza fisica, era giovane e muscoloso, non aveva paura dell’arsura estiva sulla pelle, già per natura, resistente ai traumi solari. E così, ogni giorno Nakia percorreva con leggerezza quel campo di pomodori e svolgeva il suo lavoro in modo magistrale, pieno di buoni propositi per un futuro inarrivabile.

Per ultima nella fila, mentre il passaggio segreto si faceva sempre più ripido verso il fondale marino, camminava a fatica Amina, una donna libanese di 35 anni, in dolce attesa. Il suo pancione era davvero enorme, il suo bimbo nuotava all’interno mentre lei nuotava perennemente all’esterno. Amina desiderava dare alla luce il suo bimbo in un mondo di civiltà, prosperità, rispetto per le donne, e garantirgli una vita semplicemente serena ed umana. Era piena di eccitazione per quella nascita e voleva prepararsi al meglio a quell’evento. Dopo essersi imbarcata sullo stesso scafo del piccolo Olu, due volte a settimana si recava ad un corso preparto, assieme a molte altre donne gestanti, per imparare soprattutto a respirare bene durante la nascita di suo figlio. Nell’ultima lezione però, aveva avvertito delle fitte fortissime e per quanto respirasse seguendo le indicazioni dell’istruttrice, si sentiva soffocare. Era come se l’aria che inalasse e poi buttasse fuori, fosse schiacciata da un liquido peso insostenibile per i suoi polmoni. Aveva provato a chiedere aiuto ad un uomo inginocchiato difronte a lei assieme a sua moglie,  ma poi, per non sembrare troppo invadente, aveva desistito e deciso di andar via dalla lezione rimandando ad una data indefinita la sua respirazione.

E’ strano come le assenze, a volte possano pesare così tanto sulle coscienze e sulle vite degli esseri umani. Eppure un’anima dovrebbe essere volatile, impercettibile, evaporabile. Sarà che alcune hanno bevuto così tanta acqua da diventar pesanti come zavorre. Infine, ci sono anche anime che nel loro distacco dal corpo, hanno subìto un doppio oltraggio: hanno inghiottito tanto mare e sono state, a loro volta, inghiottite da esso.

Su molti fondali marini vivono queste ultime che, di tanto in tanto, vengono a far visita agli uomini vivi, magari proprio gli stessi che hanno negato loro l’accoglienza.

I protagonisti della storia:
Olu : inghiottito
Nakia: inghiottito
Amina: inghiottita
                                                                                                                                                                          Mara Tribuzio
























mercoledì 9 maggio 2018

Recensione al romanzo "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron


Un giorno questo dolore ti sarà utile
di Peter Cameron (traduzione italiana di Giuseppina Oneto)


In questa mia nuova pagina di riflessioni letterarie, vorrei provare a recensire un romanzo che ho letto in due giorni di viaggio tra treni e aerei. In genere quando viaggio preferisco portar con me letture più leggere o di svago, ma stavolta non è stato così.
Sin dall’incipit ho intuito che doveva trattarsi di una storia “forte”, con un protagonista altrettanto forte e caparbio, testardo e spigoloso come molti adolescenti, in effetti, sono. Ho poi scoperto, navigando un po’ in rete, che da questo romanzo è stato tratto anche l’omonima pellicola “Un giorno questo dolore ti sarà utile”  film del 2011 diretto da Roberto Faenza. Ora che ho letto il libro, senz’altro guarderò il film!

James è il nome dell’adolescente in questione, newyorkese doc, figlio di genitori separati, fratello di Gillian, una ragazza poco più che ventenne, studentessa universitaria legata sentimentalmente al suo, molto più vecchio e sposato, professore di “Teoria del linguaggio”.
Da subito si delinea il profilo di un giovane in piena crisi adolescenziale che odia gran parte di ciò che lo circonda, a partire dagli adolescenti stessi. Sono innumerevoli le volte in cui James ribadisce la sua ferma volontà a non iscriversi all’università perché odia stare assieme ai suoi coetanei, perché trema alla sola idea di dover trascorrere quattro lunghi anni a contatto con studenti universitari della sua età, perché secondo lui è una perdita di tempo e non gli piacerebbe quella gente, non gli piacerebbe vivere con quei coetanei con cui non crede di avere molto in comune. Oppure odia l’idea che quell’università non sia stata una sua personale scelta ma un percorso obbligato e imposto da genitori che di genitore hanno ben poco.

Ma allora qual è il sogno, semmai ne abbia uno, di questo giovane ribelle? Qual è il suo più grande obiettivo ora che ha concluso le scuole? Tra episodi bizzarri e tragi-comici che si alternano all’interno della sua famiglia allargata e poi nuovamente “ristretta” a causa dell’instabilità sentimentale di sua madre, sbalzi umorali che colpiscono una sorella un po’ isterica ai limiti dell’acidità, sfoghi passionali del compagno e poi subito ex-compagno di sua madre, e il grottesco e anacronistico narcisismo di un padre che cerca di psicanalizzare in modo per nulla indolore quel figlio “anormale”, James sgomiterà per  farsi spazio  e cercare una boccata d’ossigeno sognando di poter scappare da New York e acquistare una villa nel Kansas. 

Il Kansas lo attrae quale “ermo colle” leopardiano in cui poter vivere una beata solitudine tra i suoi libri preferiti (Shakespeare e Trollope), la sua musica preferita e magari, un lavoretto semplice ma gratificante. Persino lavorare in un McDonald’s sarebbe per lui più allettante dell’asfissiante vita universitaria.

E’ dunque, da quel mondo di coetanei marchiati tutti “Brown University” ma anche, da quel mondo di “adulti immaturi” che non ne fanno una buona, che James  vorrebbe scappare, dileguarsi, sparire.

Seppur impossibilitata a leggerlo in lingua originale, anche nella traduzione  italiana di Giuseppina Aneto,  ho apprezzato moltissimo il lessico secco, incisivo, energico e talvolta tagliente usato in questo romanzo. Rispecchia perfettamente lo stato d’animo del giovane James, indeciso su tutto e allo stesso tempo irremovibile sulle sue posizioni, definitive o transitorie che siano. A momenti, vien persino voglia di prenderlo a ceffoni per alcune risposte inappropriate che riesce a dare ai suoi genitori o alla sua psicoterapeuta, una “paziente” dottoressa alla quale l’importuno e poco “paziente” James darà  del filo da torcere durante le sue sedute.

L’unica persona che riuscirà a placare l’ardore ribelle di James sarà Nanette, di cui non vi rivelerò l’identità in questa sede. Sarà l’esperienza, sarà la calma che è in grado di trasmettergli, sarà il suo non dargli indicazioni o “istruzioni per l’uso” che James apprezzerà molto, di questa figura femminile.

Ciò che ho colto da questa lettura è la condizione psicologica, il disagio e l’inadeguatezza che migliaia di giovani e adolescenti, manifestano nella società odierna. Si tratta spesso di ragazzi privi di punti di riferimento perché nati in famiglie prive di fondamenta. E per fondamenta intendo quello strato solido di legami affettivi, di motivazioni, di direzioni chiare, o, come dice Alessandro D’Avenia nel suo “L’Arte di essere fragili”, di OBIETTIVI che fanno da limite naturale all’eccesso.
E cito ancora D’Avenia (con cui, seppur in uno stile fortemente diverso, Peter Cameron ha toccato molti aspetti comuni dell’adolescenza) quando afferma che “Adolescenza è questo fuoco che non vuole altro che ardere di passione e passioni, a volte fino a bruciare se stessa…” quando, appunto, non vi è nessuno a guidare, direzionare, far strada a quella fiamma.

Nel romanzo di Cameron, ciò che emerge è uno stravagante quanto triste capovolgimento di ruoli: gli adulti si comportano da adolescenti e l’adolescente si comporta come se fosse possibile saltare magicamente la tanto odiosa età adolescenziale per raggiungere quell’agognata autonomia da “adulto”. Ma, poiché quest’ultima operazione è impossibile, probabilmente dovranno essere gli adulti, com’è più naturale che sia, a riafferrare le redini della propria vita, in primis, e poi afferrare le mani dei giovani per accompagnarli, non certo attraverso cammini forzati o strade obbligatorie, alla scoperta dei loro interessi e delle loro passioni lasciando loro la piena libertà di scegliere con maggior criterio. 

Perché solo ascoltando i giovani, facendo sentir loro la nostra presenza, spiegando loro i parametri di scelta più vantaggiosi ed anche quelli meno vantaggiosi, permettendo loro di sbagliare quando è necessario, dando consigli che non siano istruzioni o, ancor peggio, imposizioni, possiamo realmente aiutarli a scoprire se stessi, a trovare le motivazioni, a maturare una propria coscienza e a superare la noia, la monotonia e la malinconia che sono i veri mali dell’odierno mondo giovanile.


Unico neo dell’interno romanzo: il finale. Sembra che la storia sia stata “troncata” di netto con una cesoia, lasciando in sospeso gli sviluppi della trama, gli esiti delle esperienze e degli “esperimenti” terapeutici e socio- affettivi del protagonista. Ho avvertito quasi la volontà di Cameron di dire al lettore… “Ora continua tu la storia…” come spesso noi docenti proponiamo ai nostri studenti in molti compiti in classe.


Bè, se così è, rilancio questo stesso invito a qualche giovane lettore, magari in piena età adolescenziale, affinché possa continuare, non tanto a immaginare  la storia di James, quanto a individuare con serenità e con il supporto di guide generose d’ascolto, i propri obiettivi e progetti, cercando di portarli a compimento un passo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra, sempre carico di fiducia in se stesso e nelle relazioni umane. Se il cammino inizia bene, la direzione verrà da sé…


Ma rigiro lo stesso invito a noi adulti. I genitori di James potremmo essere noi stessi, potremmo avere anche noi un figlio adolescente che non si sente abbastanza amato o abbastanza compreso. Non è semplice, di certo, ricoprire il ruolo di mediatore tra la vita dei nostri figli e la vita che scorre attorno a loro, ma la nostra assenza è senz’altro la scelta più errata. Le parole non si sprecano mai nel processo educativo e quest’ultimo dura per tutta la vita fino ad evolversi in auto-educazione. Bene, è tempo per noi adulti di auto-educarci ed insegnare ai nostri figli a fare un giorno altrettanto, non attraverso strumenti materiali, ma mentali e affettivi.

Dove c’è Amore non c’è mai smarrimento.


Mara Tribuzio



"Il bene mio" recensione

Il bene mio 2018 ‧ Film drammatico ‧ 1h 34m Data di uscita :   5 settembre 2018 Regista :  Pippo Mezzapesa Chi è E...